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Il segreto di Esma
Ottobre 30, 2008, 11:50 am
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Titolo originale Grbavica Regia Jasmila Zbanic
Origine Austria/Croazia/Bosnia Erzegovina, 2006
Durata 90’ Distribuzione Istituto Luce
Recensione
La guerra nei Balcani è terminata da circa dieci anni: a Sarajevo la vita continua.
Esma, con la figlia dodicenne Sara, abita nel quartiere denominato Grbavica.
Non ha marito, fatica a sbarcare il lunario, ma la sua vita è dignitosa, la
casa modesta ma decorosa.
Il problema nasce quando Sara, in procinto di partire per una gita scolastica,
chiede alla mamma il certificato di morte del padre, necessario per ottenere l’esenzione
dalle spese del viaggio. Esma infatti ha sempre detto a Sara che il padre è stato un martire della guerra…
La donna tenta di procrastinare la consegna della documentazione. Decide di
pagare interamente la retta e per questo accetta di lavorare in un sordido nightclub.
Ma le pressanti richieste di Sara, dovute anche a frasi allusive che alcune
compagne di scuola le lanciano contro con malcelata crudeltà, portano Esma a
dover affrontare la realtà: Sara è il frutto di una brutale violenza subita da
alcuni soldati serbi. Un’amara verità che Esma avrebbe voluto tacere alla figlia
per sempre, dalla quale pensava di doverla proteggere.
Il film è un racconto essenziale, ruvido, bruciante. Il sentimento che unisce e divide questa madre e la sua unica figlia è denso di sfumature e contraddizioni. Esma è sfibrata dalla stanchezza per l’impegno e la dedizione profusi, sfiorata da inconfessabili lampi di risentimento per una creatura dipendente in tutto e per tutto da lei, tentata dal desiderio di venir meno alle proprie responsabilità, resa muta dalla vergogna per queste pulsioni giudicate negative.
E nello stesso tempo è una madre che ama visceralmente la propria creatura. Da parte sua a figlia adolescente ama e odia, alterna la voglia di nascondersi ancora nel ventre materno in cerca di sicurezza e calore al piacere del distacco, alla sfida per l’autonomia, al desiderio di ferire per mettere alla prova la resistenza e la tenuta del sentimento materno.
Grbavica è un quartiere di Sarajevo. Strade, case, negozi, bar, passanti frettolosi. La Sarajevo descritta nel film è una città che dopo i traumi della guerra civile, terminata nel 1995, e quaranta anni di egualitarismo comunista, si apre all’Occidente, con il rischio di sposare acriticamente i miti consumistici e l’idolatria del denaro. La traccia avvelenata della lotta fratricida che ha ammorbato quei luoghi si nasconde nelle ultime macerie abbandonate e  non ancora rimosse, nei mattoni sbrecciati e forati dai proiettili di edifici non ancora ricostruiti.
Un dolore e un’abiezione pietrificati e sospesi nell’aria. Un odio “etnico” mai sopito e alimentato dalla mancata risoluzione dei problemi profondi alla base del conflitto.
Nel film la città rimessa a nuovo nasconde al suo interno un orribile segreto: un edificio “maledetto”, ormai solo uno scheletro di cemento, che era stato luogo di torture, processi sommari, esecuzioni. Un luogo simbolo.
La regista ripercorre con la cinepresa i corridoi spogli di questa superficie maledetta e la sua visione coincide con lo sguardo dell’adolescente Sara e del suo compagno di scuola Saimir, dimostrando che anche un luogo funereo può diventare la scenografia dove ambientare la nascita e il manifestarsi di un primo, acerbo sentimento d’amore…
Al dolore individuale, o di gruppo, si può sopravvivere non fuggendolo, ma vivendolo fino in fondo. I ragazzi di questo nuovo millennio possono trovare dentro di sé la forza per affrontare con coraggio qualunque prova, qualunque verità. La forza nasce dal confronto con adulti solidi e amorevoli. Sara ha Esma.
Il desiderio di assoluto dell’adolescente Sara, il bisogno di sapere e di capire si scontrano con la ritrosia di Esma. La donna è convinta di proteggere sua figlia dal dolore tacendole una verità che lei ritiene spaventosa. Ma le bugie e i sotterfugi inquinano il loro rapporto.
Sara appare disorientata, diventa sempre più aggressiva e sospettosa.
La regista afferma con forza che la verità per quanto lacerante è sempre meno logorante ecrudele della sua negazione. Trovare dentro di sé il coraggio di dar voce ai ricordi può essere l’inizio di una cura. La sequenza iniziale del film è una carrellata su corpi contratti, gli sguardi in macchina, di donne smarrite che di tanto in tanto si lasciano sfuggire risate isteriche, lacrime silenziose, parole sussurrate gonfie di vergogna, frammenti di vite bruciate dall’arroganza della guerra. Tra loro c’è Esma, chiusa in un mutismo ostinato… Alcune donne, a Sarajevo, vittime in tempo di guerra di maltrattamenti e violenze, nella realtà e nella finzione scenica seguono un percorso di riabilitazione con la guida di una psicologa, riunendosi periodicamente per uscire dall’isolamento e condividere la propria sofferenza: ricevono anche un piccolo sussidio economico, un sollievo per molte di loro che, gravemente provate nel corpo e nella psiche, non sono in grado di trovare un lavoro stabile o di svolgere mestieri per i quali si erano formate, come accade anche a Esma, che aveva dovuto abbandonare bruscamente gli studi universitari….
Quella serbo-bosniaca è stata una guerra davvero feroce perché fratricida: serbi, croati e bosniaci da sempre vicini di casa, compagni di scuola, di lavoro, uniti da non rari matrimoni misti, si sono ritrovati su fronti contrapposti, cristiani e mussulmani divisi per motivi politici, economici e religiosi, vecchi rancori, desiderio di autonomia e indipendenza. Ragioni e follie, crudeltà, ferocia, furia omicida. E come in tutte le guerre le principali vittime sono stati i bambini e le donne. Lo stupro, diffuso in tutti i teatri di guerra, è stato in questi luoghi un’atroce pratica, usato per umiliare le donne, per distruggere un’intera etnia. Da quest atti di sopraffazione sono nati molti bambini, diversi dei quali – rifiutati da madri traumatizzate e incapaci di prendersi cura di loro – hanno trovato ospitalità negli orfanotrofi e sono stati dati in adozione. Ma a volte anche l’orrore può generare una bellezza così attraente da non poter essere rifiutata: è quello che è successo a Esma che, convinta dopo il parto di voler allontanare da sé il frutto dell’odio etnico, posando lo sguardo sulla propria creatura indifesa e innocente ha deciso di tenerla con sé. La donna, rifiutata per questo dalla famiglia d’origine, ha cresciuto da sola la bambina, soffocando in abiti scuri la femminilità offesa, sfuggendo gli uomini come nemici.
 
 GIUDIZIO
Il racconto è conciso, ma denso di sfumature. Narra storie personali inserendole nel
quadro più ampio della “storia” ufficiale.
Nel film, con grande pudore, sono presentati e indagati sentimenti autentici e profondi:
il legame madre-figlia, il primo amore, l’isolamento adolescenziale, l’amicizia al femminile,
la mortificazione e il risveglio della femminilità, la paternità…
L’opera affronta temi delicati come: il dire o il tacere una verità dura, la terapia di
gruppo come viatico per la riabilitazione, lo stupro etnico come feroce arma di guerra,
le trasformazioni sociali dopo una guerra fratricida.
 
 Alunno4 
 

1 Commento finora
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Ad Alunno4
L’argomentazione è completa e lascia intendere una tua profonda sensibilità a riguardo.

Vi è una ricca bibliografia per approfondire la conoscenza della guerra nella Bosnia-

Erzegovina (1992-1995). Ecco alcuni titoli che potrebbero aiutarti a inquadrare

storicamente il film: S. Bianchini, La questione jugoslava, Giunti, Firenze, 1996;

C. Diddi,V. Piattelli, Dal mito alla pulizia etnica. La guerra contro i civili nei Balcani,

Cultura della pace, Assisi, 1995; J. Krulic, Storia della Jugoslavia, Bompiani, Milano,

1997; Pasic, E.Violentate, Lo stupro etnico in Bosnia-Erzegovina, Roma,Armando,

1993; P. Rumiz, Maschere per un massacro, Roma, Editori Riuniti, 1996.

Il prof.

Commento di matrix5




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